Da buon nerd sovrappeso, bullizzato non soltanto dalla mia classe ma da buona parte dell'intera scuola, pensavo mi avrebbe garantito quell'aura di figaggine che m'illudevo un atteggiamento da adulto potesse regalare, cancellando il mio status di prototipo ad alto potenziale mai preso in considerazione per la produzione di massa.
Spoiler: non è servito.
Sono riuscito comunque ad arrivare all'età adulta senza diventare protagonista delle pagine di cronaca (né da vittima né da carnefice), ma questa è un'altra storia (che prevede, tra l'altro, un curioso quanto poetico rovesciamento di ruoli nei confronti di uno dei suddetti bulli).
Ad ogni modo, a parte brevi periodi in cui ho provato con non troppa convinzione a smettere col tabacco (speranza vana, visto che Bacco e Venere latitavano), ho fumato praticamente in maniera ininterrotta fino ai quarant'anni.
Mi vergogno ad ammettere che neppure la promessa fatta sul letto di morte a mio padre riuscì a farmi smettere.
Questo almeno fino a quando mio figlio non si ammalò di un brutto male, uno di quelli la cui cura ti lascia con le sembianze di zio Fester, se capisci cosa intendo.
È stata in quell'occasione che ho fatto il fioretto: fino a completa guarigione non avrei mai più toccato una sigaretta.
Non è stato facile.
Soprattutto i primi giorni, l'odore di fumo innescava in me istinti pari solo a quelli che scattano in un pescecane quando sente odore di sangue;
ci sono state occasioni in cui sono andato estremamente vicino ad aprire a mani nude la cassa toracica dell'amico, parente o collega di turno, strappargli i polmoni e respirarli a mo' di palloncino d'elio.
Però è servito: ad oggi sono tre anni che non fumo, il periodo più lungo di astinenza dalla sostanza resa famosa da monsieur Nicotin da che ho memoria.
Ma, porca puttana, mentirei se dicessi che non ho sempre la voglia di accendere una bella sigaretta. Soprattutto ora che al lavoro sembrano tutti impegnati a ricordarmi il perché ho iniziato.
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