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lunedì 10 agosto 2026

Obbedire o negoziare? Ovvero di quando ho scoperto che non riesco a fidarmi di un militare in politica

Leggo oggi sul "Fatto Quotidiano" che Vannacci ha candidato Carmelo Burgio come sindaco di Milano per il suo partito, Futuro Nazionale. La cosa non mi rende felice. Per non dire altro.

​Chi si interessa quel minimo sindacale di politica sa bene che quello di Vannacci è un partito di estrema destra, diciamo quindi non esattamente nelle mie corde: tutto ciò che dirò sarà sicuramente viziato da bias politici.

Tralasciamo per un attimo che Vannacci è sulla mia personale lista nera di politici a cui non affiderei mai il mio voto per svariate sue uscite su altrettanti temi su cui sono molto sensibile: perché non sono esattamente incline a vedere questa candidatura come qualcosa che lasci tranquilli? Il motivo è molto semplice: il candidato in questione è un militare.

​Non che sia qualcosa di preoccupante a prescindere, sia chiaro, ma so per esperienza personale che i militari eccellono in due cose: obbedire e pretendere obbedienza. Non è esattamente un ambiente tenero con il dissenso, e la storia ci insegna cosa succede quando un leader intransigente prende il potere (sarà per questo che ultimamente mi sembra di percepire un certo gaslighting su gente con il tic di alzare il braccio destro?).

​Non so come questo possa essere utile in politica, che — per quanto ultimamente sembri diventata una palestra per influencer e futuri partecipanti all'Isola dei Famosi — resta comunque l'arte del compromesso.

​Sarà, ma sempre più spesso mi sembra di star osservando una partita a scacchi in cui si posizionano strategicamente i pezzi per il colpo finale...

sabato 18 luglio 2026

Il Principio di Conservazione della Rottura di Coglioni

E così oggi è il mio ultimo giorno di lavoro prima delle ferie.

Ferie.

Una parola che per uno come me, che ha passato gli ultimi tre anni senza fare un singolo giorno di vacanza (le pause fra un contratto e l'altro mi rifiuto di considerarle) assurge a un significato a dir poco metafisico.

Molti di quelli che conosco arrivati a questo punto tendono a cominciare a rilassarsi in previsione del relax vero e proprio.

Ma non io.

No, in quanto seguace della teoria di Murphy (quella secondo cui se qualcosa può andare storto SICURAMENTE lo sarà), e in generale del Principio di Conservazione Della Rottura Di Coglioni, so benissimo che l'imprevisto è dietro l'angolo: magari mi viene un infarto l'istante successivo a quando timbrerò l'uscita (magari anche prima, visto che per raggiungere il posto di lavoro dal parcheggio ho dovuto camminare sotto il sole delle 14:30 senza cappello).

O magari, visto che domani dovrò prendere il traghetto da Pozzuoli, i Campi Flegrei potrebbero decidere di eruttare e fare "Pompei 2 - la vendetta" (tanto pure al cinema ormai danno solo remake e reboot).

Secondo un collega dovrei approfittare domani per comprarmi un cornetto.
A malincuore ho dovuto spiegargli che per funzionare ed allontanare la malasorte il cornetto non può essere comprato: deve essere regalato.
E non posso neanche chiedere a mia moglie di regalarmene un paio: coi tempi che corrono, se le chiedo di farmi un paio di corna c'è il serio rischio che possa fraintendermi.

venerdì 17 luglio 2026

Volevo solo sentirmi figo

Ho acceso la mia prima sigaretta che non avevo ancora compiuto tredici anni. 
Da buon nerd sovrappeso, bullizzato non soltanto dalla mia classe ma da buona parte dell'intera scuola, pensavo mi avrebbe garantito quell'aura di figaggine che m'illudevo un atteggiamento da adulto potesse regalare, cancellando il mio status di prototipo ad alto potenziale mai preso in considerazione per la produzione di massa.

Spoiler: non è servito.

Sono riuscito comunque ad arrivare all'età adulta senza diventare protagonista delle pagine di cronaca (né da vittima né da carnefice), ma questa è un'altra storia (che prevede, tra l'altro, un curioso quanto poetico rovesciamento di ruoli nei confronti di uno dei suddetti bulli).

Ad ogni modo, a parte brevi periodi in cui ho provato con non troppa convinzione a smettere col tabacco (speranza vana, visto che Bacco e Venere latitavano), ho fumato praticamente in maniera ininterrotta fino ai quarant'anni. 
Mi vergogno ad ammettere che neppure la promessa fatta sul letto di morte a mio padre riuscì a farmi smettere.

Questo almeno fino a quando mio figlio non si ammalò di un brutto male, uno di quelli la cui cura ti lascia con le sembianze di zio Fester, se capisci cosa intendo.

È stata in quell'occasione che ho fatto il fioretto: fino a completa guarigione non avrei mai più toccato una sigaretta.

Non è stato facile. 

Soprattutto i primi giorni, l'odore di fumo innescava in me istinti pari solo a quelli che scattano in un pescecane quando sente odore di sangue; 
ci sono state occasioni in cui sono andato estremamente vicino ad aprire a mani nude la cassa toracica dell'amico, parente o collega di turno, strappargli i polmoni e respirarli a mo' di palloncino d'elio.

Però è servito: ad oggi sono tre anni che non fumo, il periodo più lungo di astinenza dalla sostanza resa famosa da monsieur Nicotin da che ho memoria.

Ma, porca puttana, mentirei se dicessi che non ho sempre la voglia di accendere una bella sigaretta. Soprattutto ora che al lavoro sembrano tutti impegnati a ricordarmi il perché ho iniziato.

Quarant'anni in quarantena: quando l’olfatto sceglie il momento peggiore per sopravvivere

Non so perché, ma l'altra sera mi è tornata in mente quell'unica volta che ho preso il COVID.

Lo ricordo come se fosse ieri per il semplice fatto che, di tutti i momenti in cui mi sarei potuto ammalare, mi è capitato proprio per il mio 40° compleanno. 

Sembra il titolo di una commedia all'italiana: "Quarant'anni in quarantena".

Una sera stavo cambiando il pannolino a mio figlio, maledicendo nel frattempo il virus per non avermi tolto il senso dell'olfatto mentre lottavo contro una diarrea infantile che minacciava di travolgere tutto come un'onda di marea marrone.

Saranno stati i miasmi, ma ho avuto come la sensazione che il piccoletto, nella febbre, stesse ridacchiando.

Al che, ridacchiando a mia volta, gli ho detto che non vedevo l'ora di arrivare a ottant'anni per ricambiare il favore.

Scherzo, ovviamente: se proprio devo arrivare a quell'età, spero di arrivarci con abbastanza lucidità da riuscire a essere indipendente. 
Cosa di cui sinceramente dubito, considerando i precedenti di demenza senile nella mia famiglia.

Diciamo che se devo arrivarci diventando un peso per i miei cari, beh,  spero vivamente che il Padreterno abbia pietà di loro e mi faccia venire un colpo prima.

giovedì 25 giugno 2026

Se tua figlia dice di scappare, tu scappi!


Quando senti qualche aspirante trapper barra influencer barra streamer chiedere retoricamente a cosa serva la scuola, raccontagli di Tilly Smith, la ragazzina che salvò i genitori e un centinaio di altri turisti che erano con loro a Phuket.

​È il 2004, e gli Smith, coppia benestante della media borghesia inglese, decidono – come il passero migratorio con cui condividono il nome (lo zigolo di Smith) – di sfuggire al rigido e uggioso Natale inglese andando a svernare assieme alle due figlie a Phuket.

​Capito, sì? Io e te a fare da baby-sitter a una baby gang di nipoti in pannolino e baffi da latte, e loro in Thailandia.

​Vabbè, mentre mamma e papà Smith si godono il Santo Stefano sotto il sole, magari sorseggiando qualche succo tropicale locale, la piccola Tilly passeggia sulla spiaggia assieme alla sorellina, meditando magari di annegarla come fanno tutti i fratelli maggiori (è una cosa normale, no? Vi prego ditemi che è normale), quando a un certo punto nota qualcosa di decisamente insolito e sottilmente inquietante: il mare comincia a ritirarsi di botto, lasciando la pochissima acqua rimasta a fare le bolle come la schiuma di una birra.

​Se io fossi stato al posto di Tilly probabilmente il mio primo pensiero sarebbe stato: "Ecco, neanche il mare la vuole 'sta cacacazzi".

​Ma non la piccola Tilly. No. La piccola Tilly va nel panico.

​Perché, ti starai chiedendo?

Beh, è presto detto: neanche due settimane prima la nostra ragazzina inglese aveva assistito a una lezione, con tanto di video, sugli tsunami. Essendo una bimba sveglia, riconosce subito i segnali che sta arrivando la Grande Onda, quella che probabilmente qualche surfista statunitense o australiano aspetta da tutta la vita (o almeno da quando ha visto Point Break, dimenticando, penso, la fine che fa Patrick Swayze alla fine del film) e che bisogna, per dirla alla francese, togliersi dal cazzo.

​Ora il problema è convincere mamma e papà.

Problema minore, se lo chiedi a me: chiamami sessista, misogino o qualunque altro sostantivo ritieni adeguato, ma sono ragionevolmente sicuro che essere portatrici sane di cromosoma XX dia quella marcia in più quando si tratta di persuasione.

​Ora, papà Smith è molto probabilmente meno rincoglionito della media di quello che qualunque moglie penserebbe del marito, e capisce che quelli della figlia non sono capricci: c'è terrore puro nei suoi occhi. Quel tipo di terrore che spingerebbe un padre modello del Sussex a farsi passare per coglione, mandare a cagare qualsiasi imbarazzo sociale e fare non solo bagagli e burattini, ma anche avvisare i bagnini della spiaggia e la sicurezza dell'hotel che la figlia è matematicamente sicura che stia per arrivare uno tsunami.

​E qui avviene quello che io, ateo e orgoglioso di esserlo, non esito a definire miracolo: la sicurezza dell'hotel decide di dare retta a quello che chiunque (io per primo mi vergogno ad ammetterlo) avrebbe bollato come il delirio di una ragazzina non abituata al sole del luogo, di evacuare la spiaggia e di spostare ai piani alti della struttura gli occupanti.

​Quel giorno la spiaggia di Maikhao fu l'unica a non registrare nessuna vittima: merito di una ragazzina inglese attenta alle lezioni, un padre pronto a dar retta alla figlia e ad Andrew Kearney, l'insegnante della piccola.

​Se tutto questo non è sufficiente a convincerti dell'importanza di una buona istruzione, facciamo così: vai a farti una bella vacanza sulla spiaggia di qualche località prossima ad una faglia, e se come spero avrai dimenticato come geographicamente riconoscere i segni dell'approssimarsi di uno tsunami, diventando così l'artefice della tua stessa dipartita, dalla nuvoletta in cui finirai mi vedrai brindare all'eroico sacrificio di una testa di cazzo che ha deciso di limitare la propagazione dell'idiozia in pieno stile Darwin Award.