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sabato 15 agosto 2026

Spider-Man: Brand New Day, tra uno Spritz annacquato e il Punisher in versione macchietta

Citando la massima filosofica del mai troppo compianto Riccardo Garrone in Vacanze di Natale (1983), "Pure 'sto Spider-Man Brand New Day ce lo siamo tolti dalle palle".

Mi è piaciuto? Sì, vabbè dai, è stata una visione tutto sommato piacevole (anche se ho perso l'inizio del film per una riunione di gabinetto convocata a seguito di un Campari Spritz troppo annacquato).

Oh, te lo dico: da qui in avanti spoiler come se non ci fosse un domani, sei avvisato.

Ho letto di un sacco di gente che si è fatta girare non dico i coglioni (perché vogliamo essere inclusivi) ma sicuramente le gonadi per via del fatto che dopo aver baciato Peter, MJ non si sia ricordata di lui, mentre a Ned è bastata la stretta di mano segreta per fargli brillare gli occhi e riconoscere l'amico.

Personalmente a me sono altre le cose che hanno lasciato un saporaccio in bocca.


Mi riferisco al fatto che nei trailer mi hanno fatto sperare in una svolta semi-horror che latita nella serie dalla trilogia di Raimi, con Peter trasformato nel Man-Spider, speranza incoraggiata dalla presenza del Punisher di Jon Bernthal (chi ha visto la serie animata degli anni '90 sa di cosa parlo).

O magari il fatto che proprio il Punisher, un vigilante dal grilletto facile veterano della guerra del Vietnam che si è visto massacrare la famiglia da mafiosi, sia stato relegato al ruolo di spalla comica, quando chiunque abbia letto un qualsiasi albo di Spider-Man sa benissimo che Peter Parker è la perfetta spalla comica di se stesso.
Non che Frank Castle sia inattaccabile a un po' di sano umorismo grottesco (l'aveva capito e reso benissimo Garth Ennis nel ciclo Marvel Knights del Punitore), è solo che Castle che fa il verso del gorilla con la maschera di Spider-Man, beh, diciamo che stona come la glassa all'arancia su una lasagna.

Ma sto divagando: come al solito voglio fare la voce fuori dal coro e difendere la scelta narrativa.

Supponiamo che la stretta di mano a Ned abbia sbloccato la memoria dichiarativa del diversamente snello amico di Peter facendo leva sulla memoria procedurale: una mossa che per me ha senso e anzi mi fa togliere il cappello davanti allo sceneggiatore.

Logica vorrebbe che la stessa cosa sarebbe dovuta succedere a MJ, giusto?

Ni.

Il dettaglio che tutti sembrano aver dimenticato è che il bacio della discordia si è verificato in una condizione a dir poco particolare: MJ era posseduta da Jean, e nel film dice lei stessa di aver avuto un blackout in cui non ricordava nulla.

Capito, sì? Non c'entra nulla il fatto, come ho letto, che MJ non sia mai stata innamorata di Peter ma solo di Spider-Man (quella è Lois Lane, andatevi a leggere la miniserie "Atto di Dio"), né la bromance (reciproca attrazione cripto-omosessuale?) con Ned: il solo motivo per cui a MJ non si è "sbloccato un ricordo" è perché non era lei che Peter ha baciato.

lunedì 10 agosto 2026

Obbedire o negoziare? Ovvero di quando ho scoperto che non riesco a fidarmi di un militare in politica

Leggo oggi sul "Fatto Quotidiano" che Vannacci ha candidato Carmelo Burgio come sindaco di Milano per il suo partito, Futuro Nazionale. La cosa non mi rende felice. Per non dire altro.

​Chi si interessa quel minimo sindacale di politica sa bene che quello di Vannacci è un partito di estrema destra, diciamo quindi non esattamente nelle mie corde: tutto ciò che dirò sarà sicuramente viziato da bias politici.

Tralasciamo per un attimo che Vannacci è sulla mia personale lista nera di politici a cui non affiderei mai il mio voto per svariate sue uscite su altrettanti temi su cui sono molto sensibile: perché non sono esattamente incline a vedere questa candidatura come qualcosa che lasci tranquilli? Il motivo è molto semplice: il candidato in questione è un militare.

​Non che sia qualcosa di preoccupante a prescindere, sia chiaro, ma so per esperienza personale che i militari eccellono in due cose: obbedire e pretendere obbedienza. Non è esattamente un ambiente tenero con il dissenso, e la storia ci insegna cosa succede quando un leader intransigente prende il potere (sarà per questo che ultimamente mi sembra di percepire un certo gaslighting su gente con il tic di alzare il braccio destro?).

​Non so come questo possa essere utile in politica, che — per quanto ultimamente sembri diventata una palestra per influencer e futuri partecipanti all'Isola dei Famosi — resta comunque l'arte del compromesso.

​Sarà, ma sempre più spesso mi sembra di star osservando una partita a scacchi in cui si posizionano strategicamente i pezzi per il colpo finale...

sabato 18 luglio 2026

Il Principio di Conservazione della Rottura di Coglioni

E così oggi è il mio ultimo giorno di lavoro prima delle ferie.

Ferie.

Una parola che per uno come me, che ha passato gli ultimi tre anni senza fare un singolo giorno di vacanza (le pause fra un contratto e l'altro mi rifiuto di considerarle) assurge a un significato a dir poco metafisico.

Molti di quelli che conosco arrivati a questo punto tendono a cominciare a rilassarsi in previsione del relax vero e proprio.

Ma non io.

No, in quanto seguace della teoria di Murphy (quella secondo cui se qualcosa può andare storto SICURAMENTE lo sarà), e in generale del Principio di Conservazione Della Rottura Di Coglioni, so benissimo che l'imprevisto è dietro l'angolo: magari mi viene un infarto l'istante successivo a quando timbrerò l'uscita (magari anche prima, visto che per raggiungere il posto di lavoro dal parcheggio ho dovuto camminare sotto il sole delle 14:30 senza cappello).

O magari, visto che domani dovrò prendere il traghetto da Pozzuoli, i Campi Flegrei potrebbero decidere di eruttare e fare "Pompei 2 - la vendetta" (tanto pure al cinema ormai danno solo remake e reboot).

Secondo un collega dovrei approfittare domani per comprarmi un cornetto.
A malincuore ho dovuto spiegargli che per funzionare ed allontanare la malasorte il cornetto non può essere comprato: deve essere regalato.
E non posso neanche chiedere a mia moglie di regalarmene un paio: coi tempi che corrono, se le chiedo di farmi un paio di corna c'è il serio rischio che possa fraintendermi.

venerdì 17 luglio 2026

Volevo solo sentirmi figo

Ho acceso la mia prima sigaretta che non avevo ancora compiuto tredici anni. 
Da buon nerd sovrappeso, bullizzato non soltanto dalla mia classe ma da buona parte dell'intera scuola, pensavo mi avrebbe garantito quell'aura di figaggine che m'illudevo un atteggiamento da adulto potesse regalare, cancellando il mio status di prototipo ad alto potenziale mai preso in considerazione per la produzione di massa.

Spoiler: non è servito.

Sono riuscito comunque ad arrivare all'età adulta senza diventare protagonista delle pagine di cronaca (né da vittima né da carnefice), ma questa è un'altra storia (che prevede, tra l'altro, un curioso quanto poetico rovesciamento di ruoli nei confronti di uno dei suddetti bulli).

Ad ogni modo, a parte brevi periodi in cui ho provato con non troppa convinzione a smettere col tabacco (speranza vana, visto che Bacco e Venere latitavano), ho fumato praticamente in maniera ininterrotta fino ai quarant'anni. 
Mi vergogno ad ammettere che neppure la promessa fatta sul letto di morte a mio padre riuscì a farmi smettere.

Questo almeno fino a quando mio figlio non si ammalò di un brutto male, uno di quelli la cui cura ti lascia con le sembianze di zio Fester, se capisci cosa intendo.

È stata in quell'occasione che ho fatto il fioretto: fino a completa guarigione non avrei mai più toccato una sigaretta.

Non è stato facile. 

Soprattutto i primi giorni, l'odore di fumo innescava in me istinti pari solo a quelli che scattano in un pescecane quando sente odore di sangue; 
ci sono state occasioni in cui sono andato estremamente vicino ad aprire a mani nude la cassa toracica dell'amico, parente o collega di turno, strappargli i polmoni e respirarli a mo' di palloncino d'elio.

Però è servito: ad oggi sono tre anni che non fumo, il periodo più lungo di astinenza dalla sostanza resa famosa da monsieur Nicotin da che ho memoria.

Ma, porca puttana, mentirei se dicessi che non ho sempre la voglia di accendere una bella sigaretta. Soprattutto ora che al lavoro sembrano tutti impegnati a ricordarmi il perché ho iniziato.

Quarant'anni in quarantena: quando l’olfatto sceglie il momento peggiore per sopravvivere

Non so perché, ma l'altra sera mi è tornata in mente quell'unica volta che ho preso il COVID.

Lo ricordo come se fosse ieri per il semplice fatto che, di tutti i momenti in cui mi sarei potuto ammalare, mi è capitato proprio per il mio 40° compleanno. 

Sembra il titolo di una commedia all'italiana: "Quarant'anni in quarantena".

Una sera stavo cambiando il pannolino a mio figlio, maledicendo nel frattempo il virus per non avermi tolto il senso dell'olfatto mentre lottavo contro una diarrea infantile che minacciava di travolgere tutto come un'onda di marea marrone.

Saranno stati i miasmi, ma ho avuto come la sensazione che il piccoletto, nella febbre, stesse ridacchiando.

Al che, ridacchiando a mia volta, gli ho detto che non vedevo l'ora di arrivare a ottant'anni per ricambiare il favore.

Scherzo, ovviamente: se proprio devo arrivare a quell'età, spero di arrivarci con abbastanza lucidità da riuscire a essere indipendente. 
Cosa di cui sinceramente dubito, considerando i precedenti di demenza senile nella mia famiglia.

Diciamo che se devo arrivarci diventando un peso per i miei cari, beh,  spero vivamente che il Padreterno abbia pietà di loro e mi faccia venire un colpo prima.