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venerdì 17 luglio 2026

Volevo solo sentirmi figo

Ho acceso la mia prima sigaretta che non avevo ancora compiuto tredici anni. 
Da buon nerd sovrappeso, bullizzato non soltanto dalla mia classe ma da buona parte dell'intera scuola, pensavo mi avrebbe garantito quell'aura di figaggine che m'illudevo un atteggiamento da adulto potesse regalare, cancellando il mio status di prototipo ad alto potenziale mai preso in considerazione per la produzione di massa.

Spoiler: non è servito.

Sono riuscito comunque ad arrivare all'età adulta senza diventare protagonista delle pagine di cronaca (né da vittima né da carnefice), ma questa è un'altra storia (che prevede, tra l'altro, un curioso quanto poetico rovesciamento di ruoli nei confronti di uno dei suddetti bulli).

Ad ogni modo, a parte brevi periodi in cui ho provato con non troppa convinzione a smettere col tabacco (speranza vana, visto che Bacco e Venere latitavano), ho fumato praticamente in maniera ininterrotta fino ai quarant'anni. 
Mi vergogno ad ammettere che neppure la promessa fatta sul letto di morte a mio padre riuscì a farmi smettere.

Questo almeno fino a quando mio figlio non si ammalò di un brutto male, uno di quelli la cui cura ti lascia con le sembianze di zio Fester, se capisci cosa intendo.

È stata in quell'occasione che ho fatto il fioretto: fino a completa guarigione non avrei mai più toccato una sigaretta.

Non è stato facile. 

Soprattutto i primi giorni, l'odore di fumo innescava in me istinti pari solo a quelli che scattano in un pescecane quando sente odore di sangue; 
ci sono state occasioni in cui sono andato estremamente vicino ad aprire a mani nude la cassa toracica dell'amico, parente o collega di turno, strappargli i polmoni e respirarli a mo' di palloncino d'elio.

Però è servito: ad oggi sono tre anni che non fumo, il periodo più lungo di astinenza dalla sostanza resa famosa da monsieur Nicotin da che ho memoria.

Ma, porca puttana, mentirei se dicessi che non ho sempre la voglia di accendere una bella sigaretta. Soprattutto ora che al lavoro sembrano tutti impegnati a ricordarmi il perché ho iniziato.

mercoledì 27 maggio 2026

Il cliente abitudinario (Ovvero, l'Algoritmo spiegato a un profano)

 Facciamo un gioco, ti va?


Illustrazione in bianco e nero in stile fumetto di un uomo afflitto seduto al bancone di un bar. Un cameriere robot con il grembiule gli serve una brioche vuota e anonima, mentre l'uomo guarda con nostalgia una torta con crema e uvetta dentro la vetrina.

Immagina che sotto casa tua ci sia un bar, che da un paio di giorni a questa parte ha ampliato la scelta di cornetti e brioches con una new entry che per comodità chiameremo Brioche Pretenziosa.


Più per curiosità e noia che per effettivo bisogno di nutrimento mattutino decidi di provarla: è la cosa migliore che tu abbia provato da quando l'essere umano ha concepito il cornetto.


Così una volta che la prendi, poi due, tre e così via diventa il tuo rituale mattutino, con il barista che prima comincia a chiederti: "il solito?" 

E tu ti limiti a fare un cenno con la testa.


Poi smette di chiedertelo, perché tanto ha imparato che a te piace solo la Brioche Pretenziosa: puntuale come i treni quando c'era Lui ogni giorno come entri il barista ti guarda e, approfittando dell'attimo in cui ti sei lasciato distrarre dal nuovo outfit della cassiera ti fa apparire la Brioche Pretenziosa accompagnata dal tuo solito espresso.


Finché non succede qualcosa che mai ti saresti aspettato potesse succedere: la Brioche Pretenziosa ti viene a noia.

L'unico motivo per cui continui a prenderla è solo perché il barista continua a fartela trovare sul bancone e perché effettivamente non c' è altro che ti attiri.


Fino al giorno in cui fra le bombe, le sfoglie e le ciambelle non appare qualcosa di nuovo che a vista pare decisamente invitante: sarà magari quella glassa ancora sciolta ma che sta cominciando ad addensarsi, magari i chicchi di uvetta che navigano nella crema come scialuppe pronte a salvarti da un naufragio fatto di pura abitudine, ma l'istinto è quello di provarla.


Ed è in quel momento che ti giri e vedi sul bancone la solita Brioche Pretenziosa che ti guarda come una moglie guarderebbe il marito sospettando che stia pensando di metterle le corna.


Perché in fondo l'Algoritmo è questo: è il barista che annota con la precisione dell'agenzia delle entrate le tue preferenze e ogni volta ti propone la stessa cosa, contando sul fatto che tu sia troppo pigro non per cambiare, ma anche per cominciare a concepire la possibilità di cercare alternative.