Chi mi conosce sa che il mio senso dell'arte si distingue dal resto della massa per una sua caratteristica abbastanza peculiare: la sua assenza.
No, sul serio: a malapena riesco a distinguere un dipinto a olio da un acquerello, e in tutta sincerità non riesco a cogliere la differenza concettuale fra l'attaccare una banana con lo scotch al muro e il disegnare organi genitali maschili nei cessi pubblici (anche se ho il sospetto che gli autori volessero in quel caso esprimere una certa qual omosessualità latente).
Però c'è sempre qualcosa che riesce sempre a destare la mia attenzione: gli stencil di Banksy (ancora mi mordo le mani per non essere riuscito a vedere la sua Dismaland), o le installazioni a tema spaziale di Tom Sachs.
L'ultimo che è riuscito a suscitarmi un interesse genuino è Erik Segantini, le cui opere nel momento in cui scrivo sono esposte in uno spazio espositivo nato da quello che era un negozio del centro commerciale che attualmente frequento (più per scappare un po' dall'afa che mi segue come una nonna con il plaid di flanella per non farti prendere freddo che altro): mi riferisco in particolare a una particolare via di mezzo fra scultura e dipinto fatta con mezzi di recupero, che però creano ritratti davvero interessanti.
Da quello che ho capito usa Instagram per farsi conoscere: peccato che per disintossicarmi dai social lo abbia disinstallato.
Un giorno di questi dovrò dire due paroline a quattr'occhi con Mark Zuckerberg: se solo il suo algoritmo mi avesse suggerito gente come Erik invece di no-vax fascio vegani (in che modo contenuti del genere "possono interessarmi" non l'ho mai capito) probabilmente ora avrei qualcosa di più interessante da vedere quando vado al cesso.
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