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venerdì 12 giugno 2026

Fame chimica e sprezzo del pericolo

Si definisce "fame chimica" uno stato di insaziabile appetito conseguente all'assunzione di sostanze stupefacenti a base di cannabinoidi di tipo "leggero" (definizione ormai desueta in quanto azzerata dal parlamento, che ha deciso di equipararle a sostanze come cocaina e oppiacei).

Per motivi che non sto qui a spiegare (ma che chiunque abbia quel minimo sindacale di neuroni avrà già intuito) ho una conoscenza di prima mano di questo stato: posso pertanto affermare con relativa certezza che non era per l'assunzione di cannabis che mi sono ritrovato con una fame tale per cui avrei mangiato di tutto. Anche una pizza con l'ananas. 
O una carbonara con la panna.

Sfortunatamente il frigo era vuoto, ad eccezione di un paio di fette di tacchino su cui mi è sembrato di vedere del botulino in procinto di trasferirsi in pianta stabile, e del pesto già aperto da abbastanza giorni da aver cominciato (sospetto) un processo di fermentazione che lo avrebbe portato probabilmente a diventare una qualche sorta di kimchi o kombucha.

Se è vero che a caval donato non si guarda in bocca, ho affrontato il rischio: dopo aver spalmato un velo di pesto su una fetta di Wasa, ci ho schiaffato sopra il tacchino e ho incrociato le dita.

Sono ancora vivo. 

E, nonostante tutto, non era male: potrebbe essere un'idea per un antipasto o un aperitivo.

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